Il rapporto tra arte e disturbi psichici è un tema sempre interessante, sebbene troppo spesso affrontato a sproposito, abusato e frainteso. Davanti a un lavoro complesso e motivato quale quello di Franco Duranti è bene, dunque, sgombrare il campo da alcuni luoghi comuni o dai molti superficiali approcci all’argomento. Tempo fa curai una serie di esposizioni dal titolo “L’ossessione della normalità”, pensate per indagare da un punto di vista meno ovvio la relazione tra produzione artistica e follia. L’atto creativo, quando figlio di una sincera urgenza espressiva, richiede necessariamente una sensibilità fuori dal comune, uno scollamento dai punti di vista più consueti e un rifiuto della banalità che “la normalità” ci imporrebbe (ammesso e non concesso di riuscire a definire il termine “normalità”). Mi pare chiaro che la chiave di lettura di un genio si deve cercare anche nell’anormalità di pensiero e comportamento, anche là dove non si possa parlare di patologie psichiche dichiarate. Di contro, non dobbiamo cadere nell’errore della lettura psicanalitica a tutti i costi (spesso avversata dagli artisti stessi), lettura che offre talvolta soluzioni facili e seducenti, che rischiano di adombrare questioni molto più importanti e complesse e aspetti ben più legati al fare artistico (si pensi al notissimo caso di Van Gogh, spesso ridotto, erroneamente, all’immaginario del folle che dipinge). Altrettanto pericolosa, a mio avviso, è la diffusa abitudine di ritenere “artista” chiunque produca manufatti seguendo una pulsione creativa incontrollabile. È vero, come diceva il geniale Jean Dubuffet, che l’arte ben raramente “dorme nei letti che le sono stati preparati”, ma questo assunto non deve portare alla considerazione che, quindi, chiunque si esprima uscendo dalla strada maestra dell’arte debba per forza di cose essere un artista. Forse tutti gli artisti sono “folli”, ma di certo non tutti i folli sono “artisti”: per usare un’affermazione semplificante che, tra l’altro, impiega due termini – folle e artista – dalle infinite sfumature e dai molteplici e discutibili significati.
Muoversi nel contesto del disagio psichico parlando di arti visive è, dunque, un’impresa che presenta non poche insidie. La ricerca condotta da Duranti ha lo straordinario pregio di rientrare in questo contesto osservandolo da una prospettiva diversa e innovativa. Duranti è artista e arte terapeuta dalla lunga esperienza sul campo, attento osservatore di un mondo che ha frequentato per lavoro e per passione, vivendolo tutti i giorni sulla propria pelle. Proveniente da una formazione accademica, dal 1988 egli coniuga i suoi impegni professionali negli ospedali alle sue conoscenze artistiche, dando vita a una ricerca originale e interessantissima, capace di raccontare il mondo della psichiatria da un punto di vista inaspettato. Negli anni ha costruito il suo Glossario clinico di psichiatria per immagini, un’opera enciclopedica, che affronta una ad una le patologie psichiatriche, traducendole in volti elaborati con stili, segni, gesti diversi. “Un glossario nato così”, spiega l’artista, “un po’ per caso, un po’ per esigenze personali, un po’ osservando l’utenza che ha frequentato i miei laboratori”. I visi tracciati sulla carta raccontano tutta la complessità della psiche, le patologie, certo, ma anche quei disagi più o meno profondi che ci riguardano tutti, senza esclusione. Paure, ansie, fobie, paranoie, manie di cui, infondo, siamo tutti vittime nel nostro quotidiano. Stati d’animo che sui fogli di Duranti prendono forma umana, si fanno visibili e comprensibili, diventano figure capaci di comunicare anche con chi di psichiatria sa poco o nulla, di svelare aspetti che nella consuetudine restano nascosti, incompresi e incomprensibili, considerati solo quando troppo evidenti per essere ignorati.
Per il suo Glossario Duranti sceglie lo strumento del disegno e dell’incisione, tracciando sulla carta segni con una gestualità rapida e nervosa, memore di tanto surrealismo (da Masson a Miró) e, ovviamente, del già citato Dubuffet, inevitabile riferimento creativo e fonte di ispirazione quando si tratta di uscire dal seminato dell’arte ufficiale e liberare l’istinto creativo. Ma in quei volti c’è anche l’impronta di alcuni artisti dell’Art Brut, come la Corbaz, ad esempio, quella di Bacon, con tutto il dolore delle sue figure stravolte e deformate, quella della corrosione psicologica e fisica delle figure di Giacometti e della crudeltà di Artaud. C’è l’impronta di chiunque abbia guardato in faccia il disagio, la disfunzione, la paura e non abbia chiuso gli occhi. La sensibilità di chi osserva e comprende, oltre che studiare e provare a curare, senza mai giudicare, sempre consapevole di quell’universo complesso, spaventoso eppure meraviglioso, che è l’essere umano.
Simona Bartolena

